Ho una grande fortuna: non ho mai desiderato la perfezione.
Il mio mondo ruota da sempre intorno a un vortice di difetti che si sono trasformati in risorse magiche. Da bambina ero seduta puntualmente al primo banco, la più piccola della classe: la maestra dava per scontato che io fossi attenta, allungava lo sguardo di controllo solo verso le ultime file mentre io disegnavo e immaginavo storie. Non toccavo terra con i piedi e così collezionavo nomi caramellati, mi chiamavano Franceschina, ninina, bambolina. Li sentivo come diminutivi premurosi, gentili, che non sminuivano mai. E sapevo bene di essere strampalata nella mia gratitudine: i coetanei vivevano con disagio le loro differenze. Gambotte, capelli crespi, lentiggini e quant’altro: avere una particolarità significava soffrire. Non parliamo del naso, il mio era il più…