A guardarlo seduto composto sul divano, una tazza di tè in mano, l’allure da trentenne elegante e un po’ decadente, capisci bene come sarebbero potute andare le cose se, via via che decine di editori gli rispedivano indietro i manoscritti, Joël Dicker non si fosse incaponito: «Volevo che me ne pubblicassero almeno uno». Se il figlio di una libraia ginevrina, laureato in Diritto senza troppa convinzione, si fosse fermato al quinto romanzo rifiutato, noi non avremmo conosciuto il sesto, La verità sul caso Harry Quebert, bestseller del 2012 tradotto in più di 30 lingue, premiato in tutto il mondo e sulla strada per diventare un film con la regia di Ron Howard, e Joël Dicker sarebbe l’impiegato annoiato di un ufficio legale. Le cose sono andate diversamente. E oggi, mentre…
