La donna idealizzata del nazismo era quella che compariva sui manifesti della propaganda (sopra, uno del 1938): una bellezza giunonica e atletica, con i capelli biondi stretti in una treccia, occhi azzurri, pelle candida. Meglio se senza trucco e nel tipico, castigato abito da bavarese: giacca alpina, camicetta bianca e gonna blu, calzini e scarpe di pelle senza tacco. Al bando il caschetto anni Venti, i fili di perle, le calze al ginocchio, gli abiti scollati modellati sulle esili figure parigine, le sigarette e anche la musica jazz, che veniva dall’America e quindi aveva origine “negra”. Niente studi superiori, niente università, nessuna carriera: gli unici interessi femminili dovevano essere “Kinder, Küche und Kirche”, cioè “bambini, cucina e chiesa”. Era il mantra delle giovani che ambivano a sposare un membro delle…
