Lo Studio Mumbai di Bijoy Jain è una casa nel quartiere Byculla. Una porta di bambù conduce a un ampio cortile al centro, con spazi di lavoro allineati lungo il perimetro. Scrivanie, sedie, armadi, rocce, tinozze di colore indaco, ciotole di vivaci pigmenti ferrosi, disegni, pennelli; libri, e ancora libri; persone che tessono una sedia con grande abilità, senza sforzo, con fili di seta muga; i bellissimi cani neri di Jain che scorrazzano; e il monsone, che quel giorno di settembre soffia forte e inesorabile: tutto qui ha il suo posto, ognuno, ogni cosa, animata o meno, trovata o creata, è parte di una civiltà, di un ecosistema che è Studio Mumbai. Quasi dieci anni fa, Hervé Chandès, direttore artistico della Fondation Cartier, aveva visto per caso in una rivista…
